Perché il corpo torna sempre allo stesso punto
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IN BREVE • Molti pazienti stanno meglio dopo una seduta, ma il beneficio dura solo poche ore: il sintomo torna. • Il motivo è che non basta intervenire sul sintomo: bisogna individuare gli schemi funzionali che l'organismo continua a ripetere. • Abitudini, respirazione, postura, sonno, pensieri ricorrenti ed emozioni possono consolidare questi schemi — e ogni persona ha una combinazione propria. • L'HRV (Heart Rate Variability) è la metrica che permette di osservare nel tempo la regolazione del Sistema Nervoso Autonomo e i progressi reali. • L'obiettivo non è stare meglio per due ore: è costruire un organismo capace di funzionare diversamente anche quando il terapeuta non c'è più. |
Indice
1. Un'osservazione che cambia la domanda
2. Perché il sintomo, da solo, non basta
3. Il lavoro da investigatore: cercare gli indizi
4. Non esiste un unico circuito da modificare
5. Nuove esperienze, nuova neuroplasticità
7. HRV: la metrica che dà oggettività
8. Mappe e Ingranaggi: gli strumenti del metodo
9. L'obiettivo reale del lavoro
Nel tempo mi sono accorto di una cosa: molti pazienti stavano meglio dopo una seduta, ma quel beneficio durava soltanto poche ore. Il dolore si attenuava, la tensione calava, la respirazione si faceva più libera — e poi, gradualmente, tutto tornava come prima.
Questa osservazione ripetuta mi ha portato a farmi una domanda diversa da quella con cui ero partito: perché il corpo torna sempre allo stesso punto?
Approfondendo neuroscienze, neuroplasticità e regolazione del Sistema Nervoso Autonomo, ho compreso che non bastava intervenire sul sintomo. Il sintomo è spesso il punto più visibile di un equilibrio più ampio, non la sua causa.
Nel tempo, abitudini, modalità respiratorie, posture, ritmi di vita, qualità del sonno, stress, pensieri ricorrenti, comportamenti e risposte emotive possono consolidare schemi funzionali che l'organismo tende a ripetere. E ogni persona ha i propri.
Abitudini e ritmi → Schema funzionale consolidato → Sintomo ricorrente
Per questo il mio lavoro è diventato un po' come quello di Sherlock Holmes: osservare gli indizi, collegarli tra loro e individuare quali schemi stanno continuando ad alimentare il problema.
Non si tratta di trattare un sintomo isolato, ma di ricostruire la trama di elementi — spesso apparentemente scollegati — che lo mantengono attivo nel tempo.
Non esiste quindi un unico circuito da modificare. Bisogna scoprire le combinazioni specifiche di quella persona e creare, attraverso nuove esperienze ripetute, condizioni favorevoli alla neuroplasticità e a nuovi adattamenti.
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Due persone possono avere lo stesso sintomo e schemi di mantenimento completamente diversi: per questo un protocollo standard raramente basta. |
È questa la parte che trovo più affascinante: vedere progressivamente cambiare l'organismo. Non si tratta di forzare un risultato, ma di costruire, seduta dopo seduta e abitudine dopo abitudine, le condizioni perché il sistema nervoso trovi un nuovo equilibrio.
Quando questo lavoro procede, i segnali sono riconoscibili: il sonno migliora, il recupero aumenta, il corpo diventa meno reattivo, l'energia ritorna. E alcuni sintomi, che sembravano ormai parte della persona, iniziano progressivamente a perdere intensità o frequenza.
Per non affidarmi soltanto alle sensazioni, avevo però bisogno anche di una metrica. Quella metrica è l'Heart Rate Variability – HRV, che utilizzo per osservare nel tempo aspetti della regolazione autonomica, della capacità di adattamento e del recupero dell'organismo.
Intorno all'HRV ho quindi costruito una serie di strumenti che ho chiamato Mappe e Ingranaggi.
Le Mappe mi aiutano a capire dove cercare.
Gli Ingranaggi mi aiutano a comprendere su cosa intervenire e quali abitudini allenare.
L'obiettivo non è semplicemente ottenere due ore di benessere dopo una seduta. L'obiettivo è aiutare la persona a costruire, giorno dopo giorno, un organismo capace di funzionare diversamente anche quando io non sono presente.
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